Tre donne, una storia. Seconda parte

la piccola Margy

Margy si era da subito rivelata una bimba molto possessiva, capricciosa, alcuni la definivano “difficile” senza dare, però, una valenza patologica al termine, attaccata alla madre, da cui non voleva mai staccarsi, pena, urla e strepiti esasperati, che puntualmente si presentavano ogni mattina, quando la madre, che aveva ripreso il suo lavoro, dopo quasi due anni dalla sua nascita, la doveva necessariamente lasciare. Ma, nonostante tutti le dicessero di abbandonarlo, il lavoro, fu intransigente, testarda, forte abbastanza per non cedere alle urla disperate della bambina. Tuttavia, tutto il tempo che le restava, e non era poco, lo dedicava interamente a lei, sempre più esigente. Era certa che col tempo sarebbe cambiata, si sarebbe calmata, avrebbe diviso il suo attaccamento equamente tra la mamma ed il papà. Non che la bimba non amasse quest’ultimo, tutt’altro!
Ma quando Giovanna era fuori, Margy, anche se con il papà, non riusciva ad essere serena, eppure egli era così amorevole e paziente, tutto dedito a lei. Con la madre c’era una sorta di simbiosi!
Gli anni passavano. Ora la bambina era quasi un’adolescente, ma grossi cambiamenti non ce n’erano stati, tranne che fisici: era alta più dei suoi undici anni, già con delle rotondità, che facevano presagire un corpo armonioso, i capelli biondi, spesso legati in un’unica lunga treccia. Certo, aveva delle amichette con le quali stava volentieri, non era una solitaria, prendeva lezioni di danza, in cui riusciva bene, frequentava una piscina, dove l’accompagnava spesso il padre, della qual cosa andava fiera. Ma quando tornava a casa, quando lasciava le sue amichette, ella si accoccolava ai piedi della mamma, e le faceva un resoconto minuzioso della sua giornata, si mostrava contenta di quel che faceva, era felice che il suo papà l’accompagnasse ovunque volesse andare, ma, invariabilmente, terminava con “è con te che sono veramente, pienamente felice!” Giovanna l’ascoltava, attenta, partecipe di quel che la bambina le andava raccontando, ma con una strisciante inquietudine. Leggeva, nel comportamento della bambina, nelle sue parole, nei suoi cambiamenti repentini d’umore, ingiustificati, insicurezza, ansia, una sempre crescente difficoltà a rapportarsi ad altri che non fosse lei. E soffriva, e avrebbe voluto aiutarla, ma non sapeva darle che dolcezza,, non sapeva che arrendersi ai suoi capricci. Com’era cambiata! Non era più la stessa di prima, quando sapeva esattamente ciò che voleva, quando pareva che tutta la forza del mondo le appartenesse. Era diventata fragile insieme a quella figlia, ed ancor di più lo divenne quando, all’improvviso, un grave lutto si abbattè sulla sua famiglia: suo marito, quel tenero, comprensivo uomo, il suo compagno-amico di sempre, la lasciò per un infarto fulminante, letale, durante una notte, senza emettere alcun lamento. Semplicemente non si svegliò più.
Fu una prova durissima per Giovanna e per la piccola Margy, che aveva solo tredici anni. Il dolore di entrambe fu grandissimo, un macigno pesante che non riuscivano a sostenere nonostante la presenza amorevole, dolce, rassicurante della “zia” Francesca, come la chiamava da sempre Margy. Un trauma imprevisto ed imprevedibile fece sì che madre e figlia rafforzassero ancora di più un legame già tanto forte, tenace. E così proseguì la loro vita nei giorni successivi, sostenendosi a vicenda, nei mesi successivi, negli anni successivi.
Sembrò che quel trauma avesse affrettato il processo di maturazione della ragazzina, che aveva abbandonato tutti i suoi “capricci”, che si comportava più responsabilmente, che aveva assunto nei confronti della madre un atteggiamento protettivo. Per lungo tempo non ebbe più quegli inspiegabili, repentini cambiamenti d’umore. Era più tranquilla, anche se molto addolorata per la perdita del padre, che, a modo suo, pure aveva amato!

Ma la vita ha i suoi comandamenti, e non ci si può sottrarre, uno dei quali, forse il primo, è l’amore, in tutte le sue espressioni, non solo in alcune di esse. Erano passati tre anni dalla morte di Federico, e Giovanna, che non aveva mai amato, che non conosceva le emozioni che sa dare questo sentimento, quando se ne è soggetto, non oggetto, conobbe una persona subito rivelatasi meravigliosa, sotto tutti gli aspetti. S’innamorarono a prima vista. Non le era mai accaduto di innamorarsi così perdutamente! Non aveva mai saputo quanta forza potesse avere e dare l’amore, quello che s’impossessa di te, malgrado te, quello che non lascia scampo, quello che ti fa sfidare tutto e tutti, quello che è completezza, passione. Lui, un bell’uomo, sui quarant’anni, architetto, si chiamava Giorgio. La loro relazione, iniziò subito, non ci fu bisogno né di corteggiamenti, da parte di lui, né di finto disinteresse da parte di lei. Si ritrovarono, come due naufraghi che cercano da tempo, esausti, un approdo, abbracciati, avvinti l’uno all’altro, quasi si conoscessero da tanto ed avessero dovuto reprimere per troppo tempo i loro sentimenti.
Margy, anche se ne ignorava la causa, aveva notato il cambiamento della madre; la vedeva distratta, o sognante, o nervosa, o felice, e sempre con una luce particolare negli occhi che non le aveva visto, mai, prima. Prese a farle delle discrete domande, alle quali Giovanna rispondeva evasivamente, spesso svicolando. Ma la ragazzina era perspicace; sentiva che qualcosa di nuovo, di diverso era nell’aria. Doveva a tutti i costi scoprirlo, ma non fu necessaria alcuna indagine, perchè la madre, fidando nella acquisita maturità della figlia, le fece conoscere Giorgio, e, semplicemente, le disse che ne era innamorata ed aveva deciso, se lei fosse stata d’accordo, di sposarlo. Margy, dopo un attimo di incredulità, di sgomento, ben celato, rispose che sì, se era questo che lei voleva, per la sua felicità, non aveva nulla in contrario. E fu così che, di lì ad un mese, fatti i necessari preparativi, nei quali parve che Margy fosse sinceramente, felicemente coinvolta, i due si sposarono, con un rito molto semplice, al quale parteciparono pochi intimi. Non poteva mancare Francesca, che volle condividere la felicità, quella piena, dell’amica. Fu in quest’occasione che rivide Margy, dopo un bel po’ di tempo, e la trovò cambiata. Non avrebbe saputo dire come. Parlarono, lei e la ragazza, molto, e, a parte qualche stonatura nel suo comportamento, incomprensibile, perché fulminea, trovò che la sua figlioccia era davvero maturata, e molto. E se ne compiacque.
continua

Tre donne, una storia. Seconda parteultima modifica: 2004-07-01T01:35:17+02:00da ilianetto
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21 pensieri su “Tre donne, una storia. Seconda parte

  1. Ciao! Grazie del tuo passaggio..ma tu sei una scrittrice? Racconti le storie veramente bene…ti prendono, sei una scoperta,,allor a passerò da te ogni mattina, sai quando accendo il pc in ufficio vado subito sul blog, ed allora tra i tanti racconti che tu scriverai, chissà se un giorno troverò scitta la mia vita. Un abbraccio da Gianfranco. P.S.: Sei grande!!!

  2. La vita ci mette di fronte a situazioni impreviste e dolorose, amica mia, e sono contento che il blog ti dia una mano…mi piace il racconto, contiene ben descritte situazioni che in modo indiretto mi è capitato di incontrare anche nella vita reale…buona serata e un abbraccio, vito.

  3. Con la tua solita sensibilità e incisività, hai posto sul tappeto una questione per molti versi essenziale nel rapporto di coppia, e non solo.
    Attendo di leggere la continuazione del racconto e questa volta in diretta.
    Complimenti di cuore, cara amica. haffner

  4. Mi piace l’impronta che dai ai tuoi scritti. Da sotto le macerie fai resistere sempre quel filo d’erba, malgrado tutto. Dal dolore fai emergere qualcosa che è come una goccia di incantevole cristallo. E’ bello il modo che hai usato per descrivere l’amore. Leggerti è davvero appagante ilia. Un bacio, buona giornata

  5. I figli: ascoltarli fino in fondo e capire tra le righe…….. hai un modo di scrivere che prende e attendo la prossima puntata! Splendida la descrizione delle diverse vite, dei sentimenti che differenziano gli uni dagli altri e che allo stesso tempo li accomuna, e quel modo che hai di lasciare spazi ampi per quello che deve ancora succedere e quello che è già successo ma non rivelato: complimenti Ilia, ti abbraccio forte augurandoti un buon WE a te e alla tua famiglia!

  6. Non commento…aspe tto carissima amica, aspetto. Se non rischio di essere invadente vorrei sapere come va…se la situazione sta migliorando. Continua a trasmettere la tua forza, il tuo coraggio, il tuo amore…ed anche tutta la tua fede, anche se provata, a chi in questo momento si appoggia a te, a chi cerca nel tuo sguardo la sua ragione di vita…ti abbraccio con tutto il mio affetto. Scusami se sono stata indiscreta.

  7. sai ilia ho riletto varie volte il tuo commento al mio post sull’essere donna, tante volte perchè c’era qualche cosa che non mi convinceva, ed era il fatto che l’essere donna sia legato ad altri, che siano i figli oppure qualcuno che sta male e quindi bisognoso di avere delle cure, è questo l’essere donna? siamo abitutate a sentirci importanti solo se qualcuno ha bisogno di noi, un fratello che sta male, un genitore malato, oppure il genitore che rimane sole dopo la scomparsa dell’altro, oppure il marito che viene prima di tutto… non oso pensare ai figli, ma non ne ho e quindi non mi esprimo in merito. Noi donne abituate a mettere i nostri bisogni in fondo a tutti , persino a noi stesse, perchè c’è sempre qualcuno che viene prima di noi…. Ogni tanto mi ribello a queste situazioni, e sono quelle volte in cui io avrei voglia di qualcuno che mi desse una carezza, oppure una spalla su cui abbandonare il capo ogni tanto, non per piangere solo per riposare, ma forse questo è il destino di una donna… e come me prima mia madre, e così di seguito…
    E siamo qui cara ilia, e hai ragione tu, il nostro essere donne si percepice soprattutto quando sole affrontiamo situazioni più grandi di noi, e come non essere fiere di questo? Però ha ragione Palomella, ci vorrebbe ogni tanto un po’ di sano egoismo…. Buonanotte cara

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